L’ultimo Consiglio dei ministri ha sbloccato altri 100 milioni di euro di risorse per l’Ex-Ilva. Nuova tranche del prestito di salvataggio da 390 milioni autorizzato dalla Ue. Per un costo complessivo stimato dal 2014 a oggi che per le casse dello Stato italiano si aggira attorno a 4 miliardi netti (sebbene in termini di mancato Pil sia costata, secondo l’Isveimer, non meno di 40 miliardi). Quella dell’acciaieria più famosa d’Italia è l’ultimo grande dossier industriale rimasto irrisolto mentre negli ultimi anni hanno trovato finalmente una conclusione altri tormentoni economico-aziendali come Mps, Ita Airways e Tim. La grande banca senese è un caso emblematico di resurrezione industriale: nel novembre del 2022 il ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti ha partecipato pro quota con 1,6 miliardi di euro a un aumento di capitale da 2,5 miliardi vitale per completare il risanamento di Rocca Salimbeni. Oggi sappiamo che è andata bene, con Mps tornata ampiamente profittevole e addirittura capace di completare l’acquisizione di un gruppo storico con Mediobanca. Ma all’epoca la sfiducia verso l’istituto era considerevole, tanto che in molti mettevano seriamente in dubbio che l’aumento di capitale andasse in porto. Oggi nel nuovo gruppo il ceo Luigi Lovaglio si trova a guidare un cda spaccato, ma la situazione attuale è distante anni luce da quella di una banca sull’orlo del fallimento e che si era divorata 3,9 miliardi di ricapitalizzazione precauzionale nel 2017. In tutto, il socio pubblico ha impegnato sotto forma di aumenti di capitale 5,5 miliardi. La metà di questi soldi sono rientrati attraverso le varie cessioni di pacchetti azionari svoltisi nell’attuale legislatura che hanno fruttato 2,7 miliardi. Oggi il Mef possiede ancora una quota del 4,8% che da sola vale 1,3 miliardi. È la storia di un capitalismo di Stato - cosa da maneggiare con cura - che per una volta ha funzionato bene.
L’attuale ministro Giorgetti ha ottenuto un risultato positivo anche per quanto riguarda il dossier Ita Airways, che poi è l’ex Alitalia. Da brutto anatroccolo simbolo dello sperpero di denaro pubblico - l’Università Cattolica ha stimato 10,6 miliardi di oneri collegati alla compagnia di bandiera tra il 1974 e il 2018 - l’accordo raggiunto con Lufthansa si è rivelato essere uno sbocco felice per Ita Airways. Eppure, nei mesi che avevano preceduto il closing di gennaio 2025, la stessa compagnia tedesca che l’aveva spuntata sulla cordata guidata dal fondo Certares e da Air France sembrava non essere convinta fino in fondo. C’erano infatti state tensioni considerevoli sul prezzo da corrispondere al Mef. Giorgetti tenne duro e alla fine arrivò la fumata bianca con la compagnia tedesca a entrare nel capitale con il 41% attraverso un aumento di capitale da 325 milioni. Il sodalizio è andato bene, con Ita Airways che lo scorso anno ha agganciato il primo utile della sua storia chiudendo il bilancio con un profitto di 220 milioni. La cosa deve avere fatto piacere all’amministratore delegato di Lufthansa, Carsten Spohr, con la compagnia che ha annunciato la volontà di far valere la sua opzione per salire fino al 90% di capitale attrraverso il versamento di ulteriori 325 milioni entro il primo trimestre del 2027.
Un altro caso rivelatosi di successo è stata la gestione di Tim, ex monopolista della telefonia gravata una privatizzazione riuscita male. A tal punto che il gruppo, prima della vendita della rete fissa al consorzio guidato dal fondo Usa Kkr e dal Mef, doveva fare i conti con un debito da 22 miliardi di euro al netto dei contratti di leasing. L’operazione, appoggiata dal governo, ha portato a una drastica riduzione del debito e al ritorno dell’utile nel 2025. Ora Poste Italiane, diventata primo azionista, ha in corso un’Offerta pubblica d’acquisto che porterà a un nuovo maxi gruppo diversificato. Anche questo, quindi, ha tutta l’aria di un dossier industriale risolto. La speranza, ora, è che si possa arrivare a un futuro simile anche per l’Ex-Ilva.

