Corrado Carnevale, ex magistrato e presidente della prima sezione penale della Cassazione, è morto quest'oggi a Roma all'età di 95 anni.
Nato a Licata nel 1930, si laureò in giurisprudenza a Palermo e vinse all'età di 23 anni un concorso che lo portò a essere nominato uditore. La sua rapida carriera lo portò a diventare giudice di tribunale, poi a vincere il concorso per il ruolo di Consigliere di Corte di Appello. Fu Consigliere di Cassazione dal 1972, per poi toccare il culmine del suo percorso professionale con la nomina a presidente della prima sezione penale della Suprema Corte a soli 55 anni: fu il più giovane a ricoprire questo incarico, che mantenne tra il 1985 e il 1993.
Carnevale, ribattezzato dai giornali l'"ammazzasentenze", è una figura centrale e controversa della magistratura italiana, proprio per ciò che ha portato i cronisti dell'epoca a coniare quel soprannome. È noto infatti in particolar modo per aver annullato numerose sentenze di condanna, circa 500 in tutto, emesse nei confronti di indagati per associazione mafiosa e terrorismo, per motivsre le quali si appellò a vizi formali o procedurali. Uno dei casi più celebri fu quello dell'11 febbraio 1991, quando 43 imputati, tra i quali 40 boss mafiosi, furono liberati a causa della scadenza dei termini di custodia cautelare proprio ad opera della prima sezione penale della Cassazione da lui presieduta. L'episodio creò un grande clamore mediatico che investì Carnevale.
La situazione per lui si complicò quando il pentito di mafia Gaspare Mutolo rese una testimonianza che lo coinvolse nel processo per l'omicidio Pecorelli, per il quale era finito nella bufera Giulio Andreotti, poi assolto: il collaboratore di giustizia parlò di un rapporto speciale tra i due. Poco dopo il boss pugliese Annacondia dichiarò di aver pagato 800 milioni di lire per ottenere la revoca di un provvedimento ai suoi danni. Carnevale fu assolto dall'accusa nel 1997.
I guai giudiziari arrivarono dal 1993, quando la procura di Palermo gli recapitò un avviso di garanzia, a seguito del quale fu sospeso dalle sue funzioni e dallo stipendio. L'inchiesta portò a un lungo iter giudiziario, e nel 2001, il Tribunale di Roma lo condannò in primo grado a 6 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2002 la Corte di Cassazione annullò la condanna, sancendo la sua assoluzione definitiva e con formula piena, trovando le prove non sufficienti. Ciò nonostante, non fu reintegrato per i successivi 6 anni: solo nel 2007 riprese la sua attività, ma stavolta presso la Prima sezione civile della Suprema Corte. Andò in pensione nel 2013, due anni prima della fine del suo mandato.
I funerali si terranno venerdì 6 febbraio alle ore 15.00, nella chiesa di Cristo Re di viale Mazzini a Roma.

