Domenica a Roma ci sono state le commemorazioni dei due anarchici morti a Roma nell’esplosione di un ordigno. Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano stavano preparando una bomba destinata a qualche ufficio amministrativo o governativo nei pressi del casolare quando l’ordigno è esploso: le prime indagini hanno permesso di identificare l’esplosivo come plastico e molto instabile, che potrebbe essere la causa dell’esplosione. Gli anarchici hanno promesso vendetta per la loro morte, nonostante sia avvenuta per cause imputabili esclusivamente a loro e proprio per i toni e la tensione dei giorni che hanno preceduto il raduno di sabato, il questore di Roma ha preferito vietare la manifestazione, tanto che ci sono stati 91 fermi per identificazione. Gli avvocati degli anarchici hanno annunciato iniziative contro l’azione della questura.
“Abbiamo dato un segnale forte e chiaro. Domenica abbiamo attuato un'operazione con grandissima professionalità da parte di tutti i miei collaboratori. Non era semplice evitare incidenti”, ha dichiarato il questore di Roma, Roberto Massucci, a margine di una conferenza stampa al Distretto Casilino. “C'erano quasi 150 persone e poteva essere un'occasione di conflittualità importante. Così non è stato. È stato dato un grande segnale di rigore. Se si fa un divieto poi bisogna farlo rispettare”, ha aggiunto. Dal canto loro, la rete di “resistenza legale” del mondo anarchico ha reso noto che “il fermo è stato adottato in modo generalizzato nei confronti di tutti i partecipanti, non risultando verificabili i presupposti per l’applicazione della misura, che è una misura atipica adottata nell’ambito delle competenze di pubblica sicurezza”.
Le ragioni del fermo, aggiungono, “sembrano basarsi esclusivamente sulla (presunta) adesione ideologica dei partecipanti all’anarchismo e sulla violazione di un divieto del questore motivato in termini incompatibili con i principi costituzionali di libertà di pensiero”. Colpisce, si legge in un altro passaggio, “che sia stata vietata una semplice commemorazione, espressione di pietà e memoria, anziché disciplinarla con eventuali prescrizioni. Ancora più significativo è che tale azione sia stata oggetto di uno specifico intervento della presidente del Consiglio, a fronte di ben più gravi questioni sociali ed economiche. D’altra parte, esperienze passate ci ricordano come misure emergenziali vengano spesso sperimentate su ambiti di dissenso politico, trasformati in laboratori di pratiche repressive”.
Quindi, conclude la nota, “come avvocate e avvocati impegnati nella difesa dei diritti, anche di coloro che praticano il dissenso, riteniamo necessario prendere posizione. La funzione difensiva non è neutrale: è presidio delle garanzie costituzionali. E per questo che anche in assenza di rimedi immediati, promuoveremo iniziative di tutela e strategie di contrasto rispetto a quelle che appaiono violazioni della libertà personale e del diritto di manifestare”.

